Il pensiero occidentale, è un pensiero calcolante, lavora principalmente sul fine dell’utile, tanto da tralasciare ciò che è bello ciò che ci fa bene ciò che ci rende felici.Purtroppo l’uomo non dispone quasi mai di un pensiero alternativo al pensiero calcolante, che per sua natura crea in noi un’aspettativa di un ritorno, affettivo, economico, politico etc etc.
Prima dell’avvento di questa forma di pensiero esisteva il pensiero basato sullo scambio simbolico, che non si basava sulla disponibilità delle cose ma sulla capacità o di sprecarle o di donarle. Il pensiero calcolante invece non tiene conto della volontà soggettiva degli uomini in primis ma mette come oggetto il valore delle cose che si scambiano.Ne deriva che questa forma di idea ci spinge a non fidarci della nostra sensibilità e a non introdurre mai la nostra soggettività nel ragionamento.Questo induce l’uomo ad essere giudice e dominatore di ciò che lo circonda invece di imparare sensibilmente dalla natura quei processi di crescita che ci portano a vivere meglio.
La mente ci costringe ad attendere, a valutare, a soppesare, a calcolare appunto se una certa cosa può o non può essere utile per noi, sollevandoci dal compito di sperimentare l’esperienza nella maggior parte dei casi. Anche i rapporti ne risentono parecchio in quanto il calcolare le convenienze che possono scaturire da un rapporto spesso lo deteriora in poco tempo, se non addirittura impedisce di formarsi.
Quante volte le supposizioni fatte prima di un’esperienza ci allontanano da essa senza farcela effettivamente provare? In realtà è molto più naturale e semplice vivere le cose senza pensarci, buttarci e poi vedere se ci piace o no una certa esperienza senza sperare in un qualsiasi ritorno per noi, anche perchè il ritorno più grande che possiamo ottenere da un’esperienza è l’esperienza stessa. Senza esperienza l’uomo non cresce, non evolve, non sviluppa un pensiero personale del mondo e di conseguenza non raggiunge la felicità.
La felicità è portata in gran parte dal sapere di avercela fatta, di averci provato o di aver constatato che noi in quel momento avevamo bisogno d’altro, e non è legata all’aspettativa di un qualsiasi ritorno per se stessi. Come Lifecoach aiuto i miei coachee a vivere l’esperienza senza il giudizio della mente, a tralasciare qualsiasi forma di calcolo che impedisce il raggiungimento della gioia, ma soprattutto a liberare lo spirito da inutili blocchi mentali.