Il coaching per i giovani in crisi

L’ultimo film di Paul Thomas Anderson ha vinto l’Oscar.

E’ la storia di un padre e una figlia.

Il padre, ex terrorista ,si nasconde con la figlia in una casa isolata.

Per paura di essere arrestato e di essere separato dalla giovane, la controlla e ne limita le interazioni e gli spostamenti. Le vieta l’uso del telefono, si fa presentare i suoi amici per vedere se sono ragazzi a posto.

Il film è una metafora della condizione moderna delle relazioni tra genitori e figli. Fa ridere e piangere insieme, Ci fa da specchio.

In particolare, mi ha colpito molto il tentativo di sedazione del desiderio da parte del padre nei confronti della figlia. Come se lo sbocciare della ragazza alimentasse l’invecchiare del padre. In realtà, credo che gli adulti per non invecchiare abbiano un’unica soluzione. Continuare ad alimentare il proprio fuoco, il proprio desiderio, dare acqua alle proprie radici.

Il desiderio è il fuoco che tiene attiva la nostra vita e la vita dei nostri giovani. Per tanti motivi, le generazioni adulte non sono riuscite a trasmettere il concetto di desiderio ai ragazzi. Come dice Recalcati, i giovani fanno fatica a desiderare.

In pratica, le nuove generazioni mancano di una vera e propria vocazione, di una spinta che dovrebbe produrre un albero con forti radici… dal seme che loro sono. Il pesco produce pesche non noci. Lo diceva anche Hillman, che dei semi ne aveva analizzato le caratteristiche, attraverso lo studio dei personaggi famosi.

Vocazione, passione e aspirazione sono le basi di una vita produttiva e felice. Tutte le malattie dell’era giovanile, dalla depressione alla violenza, passando per le malattie dell’alimentazione e dalle dipendenze, provengono dalla carenza di desiderio e dall’incapacità di portarlo a compimento.

Negli anni 60 e 70, molti di questi disagi erano camuffati dalla voglia di cambiamento sociale, che aveva messo i giovani al centro della scena. Ora i giovani non solo non sono il centro della scena, ma anzi sono passivi davanti alla scena. Pierpaolo Pasolini, proprio negli anni delle contestazioni giovanili, aveva già detto che sarebbe finita così, che i giovani sarebbero rimasti a guardare per mancanza di un esempio.

Mancanza di ascolto nei confronti dei ragazzi, si tramuta proprio in mancanza di ascolto in se stessi. La società, la scuola, la famiglia, intesa come famiglia d’origine, hanno abbandonato i giovani al loro disagio.

Alcuni con grande forza ce la stanno facendo, o almeno stanno provando a diventare ciò che sono. La maggior parte invece non si ascolta e, distratta da social e altro, rimane in balia della confusione.

Così i giovani si mettono da parte, e escono di scena e si isolano.

Come risolvere?

Sicuramente il metodo più efficace è un percorso di formazione, un lavoro che aiuti i giovani a risentire chi sono e a autoprodursi il desiderio. Il principio cardine in un lavoro di mentoring o coaching nei confronti di un giovane è dargli la possibilità di sbagliare senza produrre angoscia.

Nel nostro tempo in cui si va di fretta non bisogna errare se no si è fuori dal gioco.

Io la vedo in modo molto differente, l’errore o l’errare è più produttivo di tutto il resto. Formarsi significa sbagliare tante e più volte, imparare dalle cadute come rialzarsi e scegliere autonomamente quale direzione prendere.

Con i giovani, questo è il lavoro da fare, metterli in condizione di non essere giudicati e di non auto giudicarsi ma al contrario utilizzare il fallimento come humus per rifiorire. Come guida ho visto che i risultati migliori si ottengono accompagnando l’anima negli errori, facendo vedere e ascoltando che ciò che riteniamo uno sbaglio, è in realtà parte attiva del percorso. Bisogna dare la possibilità di crescere e lo si può fare unicamente con la consapevolezza che che il percorso non è mai lineare, ma è pieno di buche.

Solo così fioriranno e saranno un esempio per gli altri, ciò che i genitori stentano ad essere.

Una delle più grandi soddisfazioni è vedere un figlio superare i propri genitori…soprattutto dal lato emotivo.


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