L’alternativa ad arrendersi c’è!

La storia di Gerone, tiranno di Siracusa, è la protagonista iniziale di questo articolo.

Egli ordina a un mastro orafo di costruirgli una corona d’oro massiccio. La corona doveva essere unica e naturalmente bellissima, sia nella forma che nelle incisioni.

Il tiranno però teme che la corona non sia effettivamente d’oro massiccio e che l’orafo, cercando di truffarlo, abbia inserito altri metalli meno pregiati per costruirla. L’unico modo per capire se la corona è veramente d’oro massiccio è quello di di fonderla….. così facendo però, l’unicità del pezzo verrebbe meno. Girone chiama così Archimede, il grandissimo inventore dalla intelligenza fuori dal comune, e gli chiede di risolvere la questione. Archimede inizialmente ha lo stesso problema, perché si accorge che effettivamente non è possibile stabilire la purezza dell’oggetto senza fonderlo.

Piuttosto sconfortato Archimede si reca a fare un bagno caldo, e mentre si trova nella vasca gli viene una geniale intuizione…Eureka!!!!


Cos’ ha capito, Archimede facendo il bagno? Che l’acqua della vasca sale tanto quanto la massa che vi viene immersa dentro. Quindi capisce che fondendo un lingotto dello stesso peso della corona ed immergendo prima uno poi l’altro nella vasca, si capirà immediatamente se la corona è fatta al 100% d’oro.


Se il livello sarà lo stesso, allora la corona sarà autentica mentre se l’acqua si si sposterà di più o di meno rispetto al lingotto allora la corona non sarà d’oro massiccio ma fatta di una lega più povera.

L’esperienza di Archimede porta a pensare che non esiste un unico schema per risolvere un problema, ovvero nel suo caso fondere la corona. Esiste invece almeno un’altra possibilità se non più d’una per arrivare a un obiettivo prefissato.

Da dove prendere le altre possibilità?
Le possibilità alternative vengono spesso fornite dal pensiero laterale.
L’inventore di tale pensiero si chiama Edward de Bono, medico e psicologo maltese.

Egli afferma che, se si affronta un problema con il metodo razionale del pensiero è possibile ottenere un risultato corretto, ma limitato dalla rigidità del modello logico. Quando invece si vuole una soluzione, che possa contribuire a un reale passo evolutivo rispetto alla condizione iniziale, c’è la necessità di stravolgere il ragionamento, partendo spesso da una visione legata ad un’associazione di idee totalmente casuale. Egli dice che bisogna abbandonare il pensiero verticale, ovvero quello logico, per entrare nella lateralità, sede del pensiero creativo.


Quindi, per raggiungere un obiettivo basta utilizzare il pensiero laterale, non solamente quello logico.
Sì ma, visto che utilizziamo sempre e solo la logica per affrontare qualsiasi tipo di discorso che richieda un po’ più di scaltrezza del normale, in che modo possiamo fare lo switch di passare ad un pensiero più creativo?
De Bono, e un po’ anch’io nel mio piccolo, suggeriamo il seguente esercizio: visto che pensare non deve essere una scusa per non agire, al contrario deve spingerci ad agire in modo più efficace, allora l’azione da fare è cambiare il modello con cui vediamo il mondo.

De Bono ci parla di sei cappelli (modelli), ciascuno di essi ha un colore specifico e rappresenta un punto di vista differente.

Il cappello bianco è il pensiero imparziale, oggettivo, basato sui fatti.

Il cappello rosso rappresenta l’emotività e l’intuito.

Il cappello giallo è il punto di vista che evidenzia i possibili vantaggi di una circostanza basati su un ragionamento logico.

Il cappello nero, al contrario del giallo, porta alla luce gli svantaggi di una situazione facendo emergere la parte critica.

Il capello blu è sinonimo del pensiero ponderato che si basa sulla calma.

Il cappello verde rappresenta il il pensiero libero e creativo, ricco di fantasia.


Indossando i diversi cappelli e abbracciando di volta in volta i diversi modi di pensare, si potranno trovare soluzioni creative inaspettate, stimolanti e soprattutto efficaci!

Ora vi spiego nel concreto, come ho utilizzato io la tecnica di De Bono per uscire da un impasse che aveva colpito una cliente tempo fa.
Ella pensava di non essere in grado di dare la tesi della sua seconda laurea, entro sei mesi da quando è venuta la prima volta da me, perché si credeva troppo presa dagli impegni familiari (tre figli e un marito che lavora tutta la settimana in un’altra città) e lavorativi.

La logica le diceva che il tempo non bastava, che fisicamente non avrebbe retto perché si era messa in testa di scrivere la tesi di notte dopo aver mandato i figli a letto e sistemato casa.
Visto che il pensiero logico e tradizionale non fa altro che riprodurre ciò che si è già fatto o ciò che si è già studiato, bisogna cambiare il paradigma che crea tutti gli ostacoli da cui è difficile uscire.

Con il cappello bianco, abbiamo utilizzato tutti i dati a disposizione per analizzare, logicamente, quanto tempo servisse per scrivere la tesi dopo aver recuperato tutte le fonti bibliografiche.


Con il cappello rosso, abbiamo letteralmente sentito quanto era importante emotivamente per lei chiudere questo ciclo universitario, abbiamo visto il valore profondo che questa tesi celava dentro di essa.


Con il cappello verde, abbiamo scandagliato tutta la creatività per ottenere una tesi originale e non scontata.


Con il cappello nero, che è più semplice da indossare perché tenta di distruggere ogni forma di positività e quindi spinge ad abbandonare tutto, abbiamo trovato i limiti che potevano interferire nel lavoro.


Con il cappello giallo, abbiamo invece trovato tutte le cose positive che sarebbero sorte prima durante e dopo la consegna della tesi.


Infine, con il cappello blu abbiamo messo tutto insieme sul tavolo, tagliato ciò che ci impediva di progredire e shakerato gli ingredienti che ci sembravano più utili formando così il miglior piano d’azione .
Attraverso questi passaggi, abbiamo eliminato quello che ci ostacolava nel chiudere quest’ultimo capitolo formativo.


Se se non si riesce in un intento, non significa che non siamo in grado, ma semplicemente non abbiamo utilizzato la tecnica corretta. Se non siamo capaci di arrivare ad un determinato obiettivo è perché stiamo utilizzando un pensiero limitante da cui non può sfociare un risultato ottimale.
Le parole che formano i pensieri danno in là all’azione, se le prime sono limitanti non saremo in grado di compiere un’azione completa e soddisfacente.


Ora vi invito a fare questo esercizio: pensate ad una cosa che credete di non saper fare. Bene, ora provate ad applicare i cappelli dell’esempio che vi ho fatto sopra e fatemi sapere.


Quando ho iniziato ad allenarmi, non riuscivo a fare una trazione, oggi ne faccio 60. Non riuscivo a fare più di 3 piegamenti sulle braccia, ora ne faccio 80.
Se avessi pensato di non farcela, non sarei arrivato a questi risultati. Per fortuna, ho cambiato cappello….. più di una volta.


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