Il confine che devi superare (durante le ferie).

Cominciamo con una bella storia che proviene da oriente.

“Un anziano beduino, in punto di morte, divide i suoi beni tra i tre figli. Lascia in eredità undici cammelli, stabilendo che il primogenito riceva la metà, il secondo un quarto e il terzo un sesto. I figli, non sapendo come dividere i cammelli senza ucciderli, iniziano a litigare. Un giorno, un uomo di nome Abu Bakr, passando di lì con un solo cammello, si offre di aiutarli a risolvere la situazione. 

Abu Bakr suggerisce di aggiungere il suo cammello al totale, arrivando a dodici. A questo punto, il primogenito riceve la metà di dodici, ovvero sei cammelli; il secondogenito un quarto di dodici, ovvero tre cammelli; e il terzogenito un sesto di dodici, ovvero due cammelli. La somma di questi cammelli fa proprio dodici, e dopo aver assegnato le quote, Abu Bakr può riprendere il suo cammello. “

La leggenda insegna che la giustizia non basta se non è associata ad una visione differente da chi vive il problema.

Un recente studio di neurologia ha individuato la percentuale di attivazione giornaliero delle sinapsi umane. Il nostro cervello è regolato dall’attivazione delle sinapsi. Lo studio dice che l’uomo mediamente usa tra il 7 e il 10% delle proprie sinapsi nei momenti in cui è sveglio. Quando l’uomo ride, magari perché sta guardando un film comico o perché ha sentito una battuta divertente,le sinapsi attive sono circa il 15%. Un sogno può far crescere l’attivazione delle sinapsi fino al 35%.

Se pensi alla questione che ti interessa di più subito prima di addormentarti, hai un numero di possibilità tre volte superiore di risolvere il problema. La notte può essere risolutiva… Se non la si spreca davanti allo smartphone o ad imbottirsi di qualsivoglia sostanza.

Secondo i neurologi è molto semplice, lasciamo lavorare il nostro cervello di notte per risolvere i problemi che ci creiamo di giorno.
In un certo senso, trovo una grande similitudine nel mio lavoro.

Ritengo che per scioglire le situazioni complesse, vada ricercata una tecnica che in modo paradossale sia lontana dal fulcro del problema.
In più, credendo nel libero arbitrio, credo che possiamo scegliere nella nostra vita cosa perseguire e cosa lasciare agli altri….soprattutto se troviamo qualcosa che funziona. E spesso ciò che funziona lo trova chi non segue gli schemi sociali uniformanti del nostro tempo.

Adesso facciamo un gioco: pensiamo per un momento ad una cosa che non siamo mai riusciti a fare nella vita.

Mi metto anch’io nel gioco: non sono mai riuscito a toccarmi le punte dei piedi con le mani, da in piedi piegandomi in avanti se non piego le ginocchia non riesco a toccarmi.

Pratico Yoga da tanti anni, ma non sono mai riuscito in questo obiettivo.
Ho sempre pensato che fosse un problema di rigidità corporea, da affrontare a livello fisico, impegnandomi con più sforzo nelle Asana propense ad allungare schiena gambe.

La mia visione limitata ha però prodotto risultati zero. Allora ho deciso di fare l’opposto, lavorare quasi niente sul corpo ed intensificare il lavoro di scioglimento delle mie emozioni. Sì, perché la medicina, la scienza che osserva e lavora, non quella che va in TV, ha scoperto il nesso tra corpo ed emozioni.


Ogni emozione che viene soppressa crea un blocco a livello fisico e nei casi più gravi si trasforma in malattia.
Così mi sono detto, se non riesco con l’esercizio fisico, ci provo in altro modo.


Domanda, qual è il tuo obiettivo che non riesce a raggiungere?
Dov’è il tuo blocco?
Che cosa ti separa realmente dalla piena realizzazione?
Esistono tre modi per individuare subito l’origine del problema:

Osservo i miei pensieri, quelli che diventano un circolo vizioso e si ripetono con costanza all’infinito sono parte del problema: ad esempio “non riuscirò mai a prendere la patente della moto“.

Osservo il mio corpo e vedo dove ci sono dei blocchi delle tensioni dei dolori: tutto è somatizzato a livello fisico.

Osservo le mie emozioni, di cosa ho paura, di cosa mi vergogno, quando sono triste, quando sono felice: se non esprimo correttamente le mie emozioni, mi sto creando il problema da solo.

Come puoi risolvere il tutto, che, come abbiamo visto, è spalmato su tre livelli differenti?

Ecco qui un esempio di come farei io.
Ho un brutto rapporto con un vicino di casa, con un parente, con un familiare, con la mia fidanzata.
Evidente che è un problema relazionale e che molto probabilmente si basa su una questione comunicativa.

Allora mi faccio tre domande:

Cosa provo quando vedo o parlo con quella persona?
Cosa penso dopo aver parlato ho visto quella persona?
Come reagisce il mio corpo quando vedo o parlo con quella persona?

Già farsi queste tre domande è parte della risoluzione del problema, costringe il nostro cervello ad aprire delle sinapsi che prima teneva ben spente.

Mettiamo il caso che parlare con quella persona, mi provochi ansia, l’emozione del XXI secolo, la cosiddetta incertezza del futuro.

Essa è legata ad una respirazione affannosa e al pensiero incerto e oscuro del futuro ,di cosa accadrà.

Come si risolve tutto ciò?


Per esempio possiamo chiedere aiuto al buddhismo con lo strumento della meditazione.
Se meditiamo su quello che è successo, arriveremo ben presto a capire che l’ansia provata, la respirazione affannosa e il pensiero incerto non sono altro che attimi passeggeri.


Per risolvere i problemi, dobbiamo metterci in testa che noi non siamo il problema, non ne siamo nemmeno una parte.
Al contrario, noi siamo esterni al problema come siamo esterni ai nostri pensieri negativi, ai nostri dolori e alle nostre emozioni più profonde.
Perché radicare tutti questi conflitti dentro di noi non aiuta, anzi ingigantisce il problema.


Siamo un po’ troppo convinti di essere il centro del mondo, il bersaglio continuo di questa o quella persona, mentre sostanzialmente ciò che ci accade è creato per farci crescere e migliorare.

Anche per farci capire ed accorgerci che il il modo migliore per risolvere il problema è guardarlo dall’esterno, come farebbe un estraneo.

Avete presente quelle persone che ogni tanto incontriamo e che dal nulla tirano fuori la soluzione migliore per noi?
Ecco, noi dovremmo diventare proprio come quella persona, sganciarci dal problema e affrontarlo dal punto di vista esterno.

Proprio l’altro giorno, parlavo con una donna che sta sacrificando la sua vita per curare la madre anziana. Per questo suo senso del dovere ha sviluppato delle malattie incredibili: il diabete, una dermatite fastidiosissima e l’insonnia… il tutto da quando da sola si occupa di gestire la madre.
Tutte le persone a lei più care e vicine hanno visto come unica soluzione allontanarsi dalla madre inferma.
E facendole fare una piccola meditazione, anche lei si è accorta che il problema è il rapporto con l’anziana.

Per le vacanze, lascio un esercizio molto importante: sarà determinante anche per la ripresa a settembre dei nostri rapporti di lavoro e familiari.

Impegniamoci da adesso a guardare un problema alla volta, come se non fosse nostro, come se fosse di un’altra persona.
Vedendo la questione dall’esterno, i movimenti e le possibilità che possiamo fare per risolvere la cosa diverranno infiniti….. perché le nostre sinapsi saranno molto più attive.
Chi è in grado di compiere questo esercizio ha sicuramente una marcia in più per raggiungere qualsiasi scopo.
Il segreto è solo uno: non identificarsi con il problema.

BUONE FERIE!


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