Cosa avviene dopo aver superato la paura

Sabato scorso sono andato dalla mia amica Valentina , artista, pittrice e terapeuta di menti rigide come la mia, a fare una lezione sulla pittura ad Acquarello.
Io, che non sono capace neanche a distinguere un pennello ad acqua da un rullo per pareti, mi sono messo la paura e la vergogna in tasca e ci ho provato. Il risultato non è ancora degno di esposizione pubblica, ma credo di aver rotto un tabù che mi perseguitava da anni: sono andato contro il mio auto giudizio e ho scardinato la tendenza a procrastinare.

Valentina, che dipinge come Monet, ha anche avuto la pazienza di sopportare la mia loquacità disturbativa per il gruppo senza prendermi a sassate.

Giorni fa stavo aiutando mio figlio Marco a studiare la tabellina del quattro. Marco ha sette anni e frequenta la seconda elementare. per studiare e individuare i multipli del quattro Marco conta a mente.

Utilizza questa tecnica che in realtà è proprio quella che gli hanno insegnato le maestre a scuola.

Io, che la tabellina del quattro l’ho studiata quarant’anni fa, faccio un po’ fatica a stargli dietro in quanto per me il passaggio 4, 8,12,16 e via dicendo è piuttosto automatico. Per Marco non ancora e quindi ci mette un po’ a contare. Sta imparando e giustamente ci vuole il suo tempo per farlo.

La cosa più divertente di vedere un bambino di sette anni studiare è che nel 99% delle volte in cui sbaglia se ne frega. Quando riconta e capisce che ha sbagliato si corregge ed è finita lì.
La semplicità fatta a modello.


I sette anni sono l’età del passaggio dall’inconscio al conscio, non lo dico io, ma lo dicono i grandi psicologi come Freud, Jung, Lacan…… nei primi sette anni il bambino vive solitamente felice e spensierato, governato quasi esclusivamente dal suo inconscio fatto di emozioni.


Dei sette anni le regole del mondo cominciano ad essere più stringenti e la coscienza inizia a governare in parte la vita. Purtroppo o per fortuna, dipende sempre dai punti di vista, con la coscienza arrivano i limiti.
Limiti che possiamo tradurre in: questo non si fa, quello non si deve fare, quello da fastidio, chissà cosa pensa la gente di me, non ho più il permesso di fare questo o quello……


In questo modo, la nostra anima che dovrebbe sempre essere in uno stato libero di espressione, comincia a vedere il mondo da dietro le sbarre.
Sembra un’iperbole, ma in realtà non lo è, ogni limite che mettiamo alla nostra anima è un mattone tolto alla nostra felicità.


Un grande poeta e cantautore italiano di nome Fabrizio De André (magari qualcuno se lo ricorda ancora visto che ci avviciniamo ai giorni del Festival) ricordava di come fosse più intelligente dettarsi delle regole personali in autonomia piuttosto che farsele imporre dei vari apparati: familiari, burocratici, sociali, scolastici e via dicendo. De André secondo me aveva perfettamente ragione, ovvero la felicità passa da una profonda conoscenza di se stessi unita all’espressione massima dei propri talenti, regolata da limiti autoimposti. Un po’ come la pensavano i Greci di Delfi insomma….


Ora, la nostra vita è governata da limiti difficili da superare, da paure e da giudizi che ci bloccano.
Nello studio sull’ombra di Jung, c’è un riferimento molto chiaro alle potenzialità che l’uomo può esprimere dopo aver superato i propri confini. Io vedo spesso i miei limiti come il muro di confine tra la mia situazione e ciò a cui io aspiro…….spesso quel muro, nonostante io abbia chiaro che funzione ha per me, mi blocca. Al contrario, quel muro ha l’unico scopo reale di intensificare ancora di più il nostro desiderio e quindi di spingerci a superarlo.

Non ci sbattiamo mai più di tanto, perché una vocina spesso ci dice: non sei in grado, non ce la farai, cosa penseranno di te se sbagli, non ha gli strumenti, chi te lo fa fare, sei un povero mentecatto, lascia perdere.
In realtà, quella vocina che noi sentiamo, non è nient’altro che la scusa che ci diamo costantemente per non essere felici.
E noi Piemontesi abbiamo una forte radice autolimitante, un mix tra ben apparire e vergogna che non ci permette quasi mai di eccellere come invece dovremmo e potremmo. Ho la netta sensazione che se fossi nato in un’altra regione o in altro stato sarei effettivamente più appagato a livello di autostima e di autoefficacia.


Ma, tralasciando l’origine del della nostra paura e del nostro procrastinare, vorrei dare un esempio ancora più evidente rispetto al mio recentissimo rapporto con la pittura d’acqua.

Qualche anno fa conobbi una manager molto brava che lavorava in un’azienda del settore farmaceutico. Quando ci incontriamo, mi raccontò di avere in mente un progetto veramente molto bello sulla revisione quasi completa del modo di fare management all’interno dell’azienda.

L’azienda in cui lavorava, infatti, era una di quelle tante realtà italiane che vedeva all’interno ancora il fondatore di 87 anni, di quelle dove si è sempre fatto così perché dobbiamo cambiare, il nostro modello è blah blah blah….
Ebbene la manager, Caterina, come la grande regina Russa ricordata per aver provato a cambiare l’impero (non colonialista) più grande dell’epoca , aveva in mente di creare un’ Accademy interna per formare i colleghi e migliorare tra essi le relazioni di lavoro ed inserire all’interno figure come business e life coach, terapeuti di diverso genere e forme di espressività come teatro, danza e pittura.


Una mezza rivoluzione da perseguire all’interno di una realtà conservativa per eccellenza, legata alla tradizione e dipendente dalle volontà della famiglia fondatrice.
Non sapendo come fare e avendo paura di ricevere la porta sbattuta in faccia, si rivolse a me per cercare una soluzione al suo problema.
Io, che sono convinto sostenitore della mutualità delle soluzioni, ho iniziato a farle fare un lavoro parallelo, dove sapevo in partenza che avrebbe fatto un sacco di errori perché non era proprio il suo.

Per portare a termine il lavoro di circa 12 settimane con me, ha sbattuto la testa contro il muro parecchie volte. Morale della favola con la testa rotta si è presentata davanti ai suoi capi e li ha convinti che la sua idea avrebbe funzionato al 110%.

Il nostro lavoro insieme le aveva portato una determinazione in una volontà indescrivibile….. nella prima parte del lavoro di riqualifica delle fasi aziendali ha avuto grandissime difficoltà, io stesso a un certo punto ho avuto dubbi che si fosse posta l’obiettivo troppo elevato ma non le ho detto nulla perché mi sono fidato della sua voglia di creare un cambiamento.


In realtà, nei primi tre mesi della trasformazione, non le è andato bene nulla, l’organizzazione degli eventi e dell’ Accademy è stata un mezzo disastro, la risposta ai suoi progetti da parte dei colleghi era pressoché nulla… eppure a un certo punto tutte le azioni che aveva fatto sono convogliate in un grandissimo successo.
Il suo grande merito è stato quello di non arrendersi di andare avanti, nonostante le bastonate e le critiche di colleghi familiari e amici.

Dopo due anni Caterina non ha solo trasformato la sua azienda, ma ha creato un progetto replicabile che esporta in tutto il mondo.
La morale di tutto ciò è che prima si affrontano i disagi, prima si prendono le botte in testa e prima arrivano grandi soddisfazioni.
Ora vi lascio un esercizio: provate a pensare a qualcosa che non avete mai fatto, perché avete paura di sbagliare. Adesso provate a immaginare voi e la soddisfazione che potreste provare dopo aver superato quella difficoltà. Bene se quella felicità non vi è ancora da stimolo, guardate un bambino al parco giochi che prova a salire e sbaglia. Guardate con che coraggio e determinazione riprova finché non riesce.
Bene ora non avete più scuse……

Qui il link al sito della bravissima Valentina, https://seminatrice-di-creativita.jimdosite.com/

In copertina Edward Wesson, pianta in acquarello.


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