A cosa serve una meta?

Giorni fa ho visto un film di cui non avevo sentito parlare, probabilmente perché uscito durante la pandemia, periodo in cui i cinema erano sbarrati. Il film in questione, Escape from Pretoria, narra di tre detenuti bianchi che riescono ad evadere da uno dei peggiori carceri del Sudafrica e a scappare prima in Mozambico e poi in Europa. Due militanti anti apartheid vengono arrestati dopo aver diffuso volantini inneggianti all’ uguaglianza razziale e al diritto dei neri di poter vivere liberamente.

Entrambi condannati ad un lungo periodo di carcere, dopo un primo momento di sconforto, iniziano a creare un piano per evadere e a loro si aggiunge un terzo detenuto che sposa l’idea di evadere dei primi due. Il processo che li porta alla fuga non è ne semplice ne privo di pericoli, anche perché all’epoca, parliamo del 1979, le carceri sudafricane non brillavano né per i diritti concessi né per la tolleranza dei secondini.

L’elemento che più mi ha colpito del film è la determinazione unita alla costanza con cui i tre galeotti, con grande forza di volontà mettono in atto il loro piano di fuga. Il tutto mentre gli altri detenuti della prigione tentano in tutti i modi di dissuaderli perché nessuno è mai riuscito prima a scappare da li e perché la rappresaglia potrebbe diventare insostenibile una volta catturati.

Cosa spinge le persone ad evadere dalla routine per crearsi una nuova realtà? Insoddisfazione, tormento, ansia, depressione, malumore…..sono tutti aspetti da cui si tende a scappare…con grandissima fatica.

E’ sicuramente più facile e stimolante ottenere un cambiamento importante se si persegue una meta, se si ha in testa un obiettivo da raggiungere, una libertà da conquistare, un progetto da realizzare.

Il motivo poi è molto semplice, è una questione di energia, che è notevolmente più potente se si persegue un risultato piuttosto che se si cerca di evadere da una situazione scomoda senza saper dove andare. E cosa permette quell’energia derivante dalla meta di ottenere? Consenso e affiliazioni, ovvero gente che si unisce a te. Come il terzo detenuto che, affascinato dall’idea di rivedere suo figlio, sposa la causa e sale sulla carrozza degli…evasori.

lo stesso dovrebbe fare un imprenditore che vuole crescere, un insegnante che vuole coinvolgere i propri studenti, un coach che vuole portare al successo il proprio team.

Un esempio particolarmente efficace lo si può riassumere così: un imprenditore che vuole ampliare la sua azienda in modo sensibile deve costruire una meta che racchiuda una serie di fattori: il tempo di crescita, l’utile da realizzare, i processi produttivi da perseguire e soprattutto che tipo di persone vuole al proprio fianco, che ho messo per ultimo ma che in realtà conta tantissimo.

Conta perché coinvolgere gente di valore non è così difficile, almeno non lo è per chi ha un obiettivo ben chiaro, che vuole realizzare senza se e senza ma. Le persone che si scelgono o arrivano da noi hanno tutte la stessa caratteristica, sposano la meta in pieno ne la fanno loro come se fosse stata ideata da loro. Perché risuonano con la stessa energia di chi l’ha ideata.

Certo l’obiettivo non è mai dietro l’angolo, è frutto di un lungo percorso e solitamente prevede porte in faccia e numerosi ostacoli. Chi è un po’ pratico di spiritualità sa che dobbiamo incontrare il guardiano della soglia più volte prima di giungere al nostro scopo. E sa anche che ad un certo punto del percorso si uniranno altre persone che sposeranno la meta e apporteranno nuovi aiuti e tecniche, solitamente proprio quelle che ci mancavano.

La cosa più importante è comunque perseverare un progetto tutto nostro, a volte talmente nostro che va contro a tutti e tutto, che inizialmente non sarà sostenuto da nessuno, anzi verrà criticato da molti, e poi alla fine vedrà vita nonostante i duri ostacoli.

Perché come insegnava GHANDI, “Prima ti ignorano, poi ridono di te, poi ti combattono, poi vinci.

Spesso è così, se tutti sembrano avercela con te è perché stai perseguendo la via giusta.


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