“…. a sei uomini ciechi fu chiesto di descrivere un elefante, dopo aver fatto toccare ad ognuno di essi soltanto una parte dell’animale. L’elefante fu paragonato a un ventaglio da chi aveva toccato le orecchie, ad una lancia da chi aveva toccato le zanne, ad una fune da chi aveva toccato la coda, ad un serpente da chi aveva toccato la proboscide, ad un muro da chi aveva toccato il fianco e ad un tronco da chi aveva toccato la zampa. Sebbene ognuno di loro dicesse la verità, nessuno dei sei uomini ciechi avrebbe potuto avere una visione realistica e completa dell’animale. “
Elephant di Gus van Sant è un film per me molto caro.
E’ uno dei due film su cui si basa l’argomento della mia tesi di laurea.
L’altro è Bowling for Columbine di Michael Moore.
La mia tesi è un confronto del testo filmico, metto in relazione un documentarista, Moore, ed un regista di finzione, Van Sant, trovo affinità e contrarietà nella messa in scena di uno stesso identico argomento.
L’argomento è uno dei drammi più grandi della recente storia scolastica americana, la strage all’interno della Columbine High School in Colorado, dove 12 studenti e un’insegnate vennero uccisi a mitragliate da Eric Harris e Dylan Klebold, sudenti anch’essi alla Columbine.
Van Sant compie un capolavoro filmico incredibile, il movimento di macchina è impeccabile, il timelaps e il fastfoward si susseguono creando un’ onda di movimento scenico unico.
Una delle scene più belle è l’ingresso nella scuola di un giovane sportivo, la camera lo segue sul carrello, identificandosi in semisoggettiva sulla spalla del ragazzo, portando alla luce ciò che realmente vede e prova.
La scena finisce con un bacio alla propria ragazza, un finale che ci si può aspettare per ragazzi di 16-17 anni. L’amore come fine del percorso, ci dichiara Van Sant, è ciò che si desidera.
Il protagonista, John, triste per i continui problemi familiari, tra cui il padre alcolista, piange il suo dolore e viene rincuorato prontamente da una compagna con grande affetto.
Il regista ci suggerisce che non tutto è perduto, che questa generazione può aiutare se stessa se lo vuole e può rendere più forte il cammino dei giovani.
Eric e Alex, gli autori della strage nel film (Van Sant cambia un solo nome come a porre l’attenzione sulla dualità dei giovani, su come posso essere così lontani pur vivendo ore insieme per anni), provano anch’essi emozioni, tutte negative , sono emarginati, scherzati, oppressi, sono pentole a pressione, non hanno sfoghi, sono al collasso. Sono talmente gonfi di rabbia che dopo lo sfogo contro i loro compagni decidono di uccidersi, di liberarsi da quell’insieme di emozioni che li ha portati alla crudeltà.
Che cosa ci rende crudeli?
Chi non ci permette di sfogarci?
Quando non abbiamo possibilità di chiedere aiuto?
Ci rende crudele l’atteggiamento di chi se ne frega, si perchè i giovani vivono di riposta e vorrebbero risposte che gli adulti non hanno più il tempo di dare, hanno preso l’abitudine di non ascoltare. Fin da bambini tendiamo a chiedere ai nostri genitori, a volte incessantemente, per desiderio di conoscenza, e spesso veniamo zittiti, messi in un angolo, castrati.
E l’emozione che scaturisce è fredda, glaciale, inumana.
Le culture del buon senso, del non fare rumore, del politically correct, hanno rovinato la generazione degli adolescenti contemporanei, che non posso fare altro se non ritrovarsi in chat per esprimere ciò che in pubblico è tabù. Si perchè se è normale parlare di sesso in pubblico oramai, non è lecito esprimere le proprie emozioni, piangere, ridere, saltare, senza esser presi per pazzi, alieni che non fanno parte del gruppo.
Alieni che saranno gli unici a salvarsi, i fondatori della nuova scena dei giovani se solo sarà loro permesso.
Le richieste dei nostri giovani non vengono ascoltate, le porte sono chiuse, a scuola, in famiglia, addirittura è meglio uscire per strada, per trovare qualcuno disposto a darci risposte, a farci da GURU, cioè a dissolvere l’ombra dei nostri dubbi.
Il mio lavoro si basa sul fare emergere queste emozioni fondamentali, ascoltarle e provare ad indirizzarle verso qualcosa di costruttivo, come la nevrosi se ben gestita diventa energia per l’artista.
L’obiettivo diviene sempre il mezzo (e non il fine) per far rivivere al coachee la strada percorsa, per comunicargli che esiste un’altra via per affrontare il problema, che la soluzione è il giusto mix tra follia e metodo, che la legge sociale non funziona nell’intimo.
Conducendo il cliente a vivere liberamente le proprie emozioni si opera un effetto insperato, tutto diviene più leggero, come si stesse sgonfiando un palloncino carico di negatività.
Anche il mondo intorno a noi ne beneficia e ci rimanda ciò che ci serve.
Darsi una possibilità è metà del lavoro, l’altra è applicarsi per cambiare!
Van Sant è gay, infatti nel film esprime una sensibilità quasi aliena………