Una felicità privata

“C’è tanta gente infelice che tuttavia non prende l’iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l’animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di
più devastante di un futuro certo.”


(Dalla lettera di McCandless scritta all’amico Ronald Franz)

 

 

Nel 2007 esce al cinema il capolavoro di Sean Penn, Into the Wild, il film con la
fotografia più bella del terzo millennio, degno della copertina del National
Geographic.
L’attore protagonista Emile Hirsh impersona la storia vera del giovane Christopher
McCandless, neolaureato in storia e antropologia che decide di intraprendere un
viaggio zaino in spalla nell’ovest degli Stati Uniti.


I genitori vorrebbero il figlio impiegato, il figlio modello di cui vantarsi con gli amici,
il figlio con l’auto fiammante ed il taglio di capelli all’ultima moda è così creano un
figlio che odia tutto questo che rifiuta il perbenismo e l’artifizio e che decide di
andarsene come nella bibbia se ne va il figliol prodigo.
Inizia un viaggio senza preziosi e ricordi, abbandona persino l’auto e inizia a
vivere come un vagabondo, come Le Mat dei tarocchi con solo pochi oggetti
essenziali nello zaino.


Il film è una fotografia dei paesaggi naturali americani eccezionali, è l’uomo che si
immerge nella realtà primordiale della terra, dei fiumi, del cielo e degli animali più
selvaggi, è la madre natura che accoglie Christopher nel pieno della sua bellezza
e lo avvolge di esperienza.
L’Alaska è l’ultima meta di questo meraviglioso percorso, qui il giovane trova
prematuramente la morte nei boschi del monte Denali forse per la fame o forse
avvelenato proprio dai frutti di quella terra che lo aveva visto protagonista.
L’ultima foto che abbiamo di Christopher sorridente è di un giovane appoggiato ad
un vecchio autobus abbandonato, tutt’altro che infelice o cupo.


Possiamo dirci altrettanto felici?


La nostra famiglia ci permette di compiere il nostro viaggio in indipendenza senza
generare aspettative e conflitti in grado di ostacolarci e di deviare la nostra volontà
e quindi il nostro cammino?


La nostra felicità dipende dalle azioni di qualcuno?


Siamo in grado di arricchirci costantemente di nuove esperienze senza per questo
essere costantemente rincorsi dai nostri cari intenzionati a ricondurci sulla “retta”
via?


Che cosa ci costringe a NON cambiare?

Il disagio che a volte proviamo in una situazione, la sofferenza provocata da un
rifiuto o da un atteggiamento dell’altro sono segnali che dobbiamo intervenire sulla
nostra condotta e modificare ciò che non funziona, che reprime e crea angoscia in
noi.
Perché non siamo in grado di intervenire e modificare ciò che ci opprime?


Siamo fatti di abitudini e sta a noi fare in modo che queste siano fonte di gioia e
felicità e non creino quei blocchi che ci imprigionano in una gabbia troppo stretta.
Attendere un miglioramento senza modificare l’idea e quindi la parola e l’azione
che ne seguono è folle e deleterio perchè ci immerge sempre di più nella palude
dell’angoscia.


L’esercizio del Coach ha come scopo di rivelare la strada che porta alla meta,
consentendone l’accesso a chi se lo sta negando.
Un accurato lavoro di Lifecoaching ha come risultato l’acquisizione del metodo
che porta alla consapevolezza che la felicità è semplicemente un insieme di
regole che non siamo in grado di vedere perchè non le conosciamo o perchè
abbiamo deciso di nascondere dietro al buon costume, alla buona parola, al buon
partito.


Il cioccolato è molto buono, ma la felicità che deriva dopo averne mangiato dura
pochi secondi. Dura meno del sorriso di Christopher, ne sono sicuro.

La colonna sonora del film è di Eddie Vedder dei Pearl Jam, non aggiungo altro.


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